Una montagna di vita

La storia “alpinistica” dei miei ultimi cinque anni nasce nel 2011, quando ho iniziato ad arrampicare in una piccola palestra del Cai di Barlassina (GABA). Devo ammettere che inizialmente non arrampicavo molto bene, sembravo quasi più un sacco di patate, con la giustificazione di scalare in top rope, ma mi piaceva e mi ha appassionato molto.

Vado in montagna fin da bambino e sono sempre rimasto incuriosito da quelle alte cime dolomitiche che mi sembravano inaccessibili, la Val Gardena era la mia seconda casa e lasciare Monza per le Dolomiti era sempre un’emozione.

Nel 2012 decisi di iniziare un percorso più alpinistico lontano da quell’arrampicata sportiva che iniziava a starmi stretta, volevo spazi aperti e montagna, quella vera. Così indirizzato da un amico, feci un corso alpinismo ARG1 al Cai Valle del Seveso.

In quel periodo avevo una compagna che non era molto addicted nel mondo alpino e questo mi ha frenato: arrampicavo con amici, ma nei fine settimana le mie uscite in montagna tendevano decisamente più all’escursionismo che all’alpinismo, a parte qualche rara uscita invernale e qualche 4000 in giornata.

Fine 2014, la mia vita inizia a prendere una piega diversa, lasciato con la precedente compagna, incontro Stefania a RockSpot di Pero, ad oggi Urban Wall. Iniziamo un percorso oltre che sentimentale anche alpinistico, iniziando a fare più vie multipitch, canali di neve e salite invernali. Qualche tempo dopo incontro Michele Spada, in una giornata di arrampicata a Rocca Sbarua con l’amico Alessandro. Michele faceva alpinismo già da diversi anni ma era più bravo su neve, su roccia non era il massimo, lo era però certamente come amico e compagno di cordata!

Dopo diverse esperienze in montagna, verso fine 2016 ho iniziato a cercare di alzare un pochino l’asticella, così assieme a Stefania decidiamo di affrontare una cima nelle Orobie gradata PD- 50° – II, il canale nord-ovest del Cimone della Bagozza.

Eravamo sotto il periodo di Natale, ormai era tutto pronto per il cenone e per salutare un fantastico anno ricco di emozioni e grandi cambiamenti, avevamo preso anche casa insieme. La prima settimana di dicembre eravamo stati in Val di Fassa, dove l’ambiente dolomitico era invernale, al contrario dell’anno precedente che si vedevano solo lingue di neve sparata per accontentare gli irrefrenabili sciatori. Avevamo bisogno di salite, quelle belle, su neve, con il dolce suono dei ramponi e delle piccozze che penetrano nella neve indurita dal gelo notturno. Per riprendere, saliamo il facile pendio nevoso che parte dal passo Pordoi per raggiungere la forcella ed eventualmente, cosa che poi non è avvenuta, salire fino alla Capanna Fassa.

Il giorno dopo, spinti dalla voglia di salire il Sasso piatto, partiamo da Campitello fino a raggiungere la base del sasso, dove si trova l’omonimo rifugio. Era tardi, la neve stava smollando, decidiamo di tornare indietro, quando troviamo un piccolo canaletto abbastanza pendente per ripassare le manovre di auto-arresto su neve, bene o male, con esito soddisfacente. Una premonizione?

Orobie, ore 3.50, la sveglia suona, un caffè rapido, e poi in macchina, il ritrovo alle 4.15 alla Galbusera di Agrate, destinazione canale nord-ovest del Cimone della Bagozza. Dopo un pezzo di autostrada si esce verso la provinciale, affamati vediamo all’ultimo una pasticceria aperta (Minuscoli), sono passate da poco le 5.00, che fortuna!! Prendiamo dei pezzi di pizza e ce li mangiamo. Si riparte, direzione, Schilpario!

Nonostante la reticenza di entrambi, per la sveglia pesante, partiamo alla grande e di buon passo fino a raggiungere il canale nord/ovest (max 50° nell’ultimo tratto). In dubbio sulle condizioni generali ci leghiamo, in caso di ghiaccio, avremmo potuto, perlomeno, fare conserva protetta. Tutto fila liscio e arriviamo alla selletta che si affaccia sul versante sud, ripido, con totale assenza di neve. L’erba secca e l’incognita della via da seguire ci metteva ansia, inizialmente procedo io su roccette di II, poi, torno indietro, ritentiamo per sterpaglie ma decidiamo di rinunciare, mentre gli altri tre compagni decidono di continuare. C’era un’aria strana, decidiamo di tornare giù per il canale. Io esclamo “se scivolo su questa erba mi ammazzo”. Rientriamo alla sella e procediamo per la discesa, slegati, conoscevamo già le condizioni e avevamo già disarrampicato su quelle pendenze. La neve era dura, i ramponi tenevano, le condizioni: perfette, non c’era ghiaccio. Procediamo con cautela, “Ste, stai attenta con quei laccetti dei ramponi, legateli bene!”. Scendiamo per una quarantina di metri, all’improvviso, un urlo, in un attimo, mi giro, la vedo cadere “FRENA!!. Quel canale era pieno di dune, dopo 2 secondi, non la vidi più!! Speravo si fosse fermata poco dopo, continuo a scendere, quasi di corsa, l’adrenalina mi saliva, non sapevo cosa pensare, minuti che sembravano anni, 200 metri di dislivello di canale, con un’angoscia inspiegabile, scendo, scendo, scendo, scendo, non vedo niente, scendo, continuo a non vedere e non sentire più nulla. Quel silenzio, quella solitudine, in un ambiente sordo, la montagna è come se avesse mangiato tutto. Scendo ancora, vedo pezzi di pane sparpagliati sulla neve, la trovo! Chiamo il soccorso. Spiego l’incidente, l’operatore chiede “in che punto si trova?” La mente in panico, cerco la destinazione su google maps – Schilpario, sono a quota 2.000! “Ok abbiamo individuato la cella l’elicottero arriva”.

Non sicuro e terrorizzato che non avessero capito, il telefono non prendeva bene, vedo alla base del canale un gruppo di 4-5 persone, grido: chiamate il 118!!!

Non ho neppure oggi, chiaro quanto tempo sia passato, continuavo ad andare da una parte all’altra del canale, perchè nel punto in cui era lei il telefono non prendeva, quando tornavo da Stefania, nonostante non sia credente, pregavo Dio che non la facesse smettere di respirare, quelle pause, erano devastanti! Dopo un po’, vedo l’elicottero che andava dalla parte opposta, richiamo il 118 – L’elicottero sta andando dalla parte sbagliata!!!” Mi rispondono qualcosa che non comprendo.

Dopo altri minuti vedo l’elicottero arrivare, fanno scendere medico e personale del soccorso, gli cedo le piccozze per mettere in sicurezza il medico. Io avevo ancora su imbrago, recuperano me col verricello, e mi portano in ambiente sicuro. Ritrovo alla base, il gruppo che ho chiamato prima, mi aiutano a scendere, non ho mai avuto a che fare con tanta umanità. Mi rassicurano, o almeno cercano, mi lascio convincere, ma conosco le storie di montagna, so benissimo cosa succede e quali possono essere le conseguenze! Arrivo alla macchina, scarico zaino e materiale. Avviso i miei di quanto era successo. Ero ammutolito, svuotato dalla paura, entro al rifugio, e chiedo solo un po di the, avevo freddo, troppo freddo. Il thé credo di non averlo neppure finito. Si avvicina un anziano, credo fosse del rifugio, a cui confido solo alcune parole – sono il suo compagno – poi restiamo in silenzio, dentro tremavo. Come essere catapultato in un attimo, in un incubo, quelli che fai di notte, e quando ti svegli con i battiti alti, sospiri, era solo un sogno! Ma io in quel momento, non mi svegliavo, ero già sveglio. Ma perchè?! Come è accaduto?! Come è possibile?? Ero in attesa della chiamata, per sapere in quale ospedale l’avrebbero portata, chiamo: “non lo sappiamo ancora”. Richiamo: “Ospedale civile di Brescia”. Viaggio da solo con un milione di pensieri nella testa, nella speranza che possa sopravvivere.

Io ero convinto avesse avuto il casco, e in pronto soccorso mi confermano la cosa, i laccetti erano ancora attaccati, ma il casco no… capisco ancora meglio… il colpo, probabilmente gliel’ha disintegrato, il 19 dicembre 2016 Stefania perde la vita, donerà gli organi.

… Non si può abbandonare un sogno, lo dovevo anche a lei, ricominciai, con un terrore assoluto delle discese, ho tentato di risalire la Grignetta, due volte credo un paio di mesi dopo, ma una forza quasi soprannaturale, me lo impediva, sensazione soffocante, come una voce maledetta mi diceva, scendi immediatamente, ti fai male. Non ero nelle condizioni psicologiche di fare neanche il banale!

Poi da metà gennaio provo a tornare ad arrampicare, a Rockspot, dove l’avevo conosciuta, ero in mezzo alla gente ma mi sentivo solo, come se quell’ambiente non fosse più mio. I pensieri si scontrano, voglia di tornare in montagna e di contro la voglia di mandare tutto all’aria, il pensiero era costante, non ne vale la pena. Nonostante questo, dovevo continuare, mi sentivo, in fondo di non mollare. Dovevo piano piano lasciare passare la cosa, le salite su neve erano difficili da accettare, la paura delle discesa implodeva, dentro di me! Arrampicavo, arrampicavo soltanto, dalle 3 alle 5 volte a settimana, arrampicare mi ha aiutato mi ha liberato la mente. Ho dovuto aspettare un anno prima di ritrovare la serenità su neve, procedendo prima con il semplice Caimi, per poi affrontare pendenze più sostenute 55°, sul canale Ilaria all’Alben, è stata la prova del 9, e l’ho superata!

Vale davvero la pena fare attività ad alto rischio? Credo che la risposta non ce l’abbia nessuno, in molti ci chiediamo se ne vale davvero la pena, ma io forse, una risposta ce l’ho. Vale la pena fare ciò che rende felici, e noi lo eravamo, lo eravamo veramente. Nessuno ci ha mai obbligati a fare quello che facevamo, lo facevamo ed io continuo a farlo, perché amavamo scalare, per trovare la serenità in mezzo alle montagne. E’ un ambiente diverso dalla città, dalla frenesia alla quale ormai ci siamo abituati. Le terre alte sono un mondo più a misura d’uomo, violento, brutale come lo definiva Bonatti, ma che sa portare pace nell’anima, quella pace, che insieme stavamo cercando di raggiungere. La paura di cadere, le sveglie notturne, l’adrenalina della neve, ci facevano sentire talmente vivi, fino al punto di essere consapevoli del rischio, ma non della morte. Quando ti avvicini e hai dentro di te la paura di morire, si accende dentro di te una lampadina, che ti fa sentire vivo, vivo davvero!!

Dopo questo periodo avevo bisogno di tornare a sognare, sognare di continuare ad avere fiducia nella montagna, e speranza di trovare una persona che potesse rendermi felice proprio come Stefania, non sapevo cosa volevo ma sapevo ciò che non volevo. Il 2017 passò in modo pesante e difficoltoso, tornare in montagna in inverno dopo quelle immagini negli occhi è stato tutto tranne che semplice ma ho avuto persone speciali al mio fianco, che hanno permesso tutto questo. Mi sento di citarli, Alessandro che conoscevo dal lontano 2011, in pratica dai miei esordi e Michele, caro amico di Stefania ancora prima che la conoscessi, lavoravano insieme. Fu proprio lui ad entusiasmarla con i suoi racconti alpinistici fino al punto di farle scegliere di iniziare a fare alpinismo. Con lui iniziò un’Amicizia con la A maiuscola. Avevamo da affrontare insieme il superamento di questa situazione che ci era caduta addosso.

Iniziò con Michele un percorso alpinistico, dove lui mi ha aiutato a migliorare su ghiaccio e io l’ho aiutato su roccia. Nel 2018 abbiamo scalato diverse volte insieme oltre che nelle giornate indoor in settimana, anche in falesia e nelle vie multipitch, e qualche ascensione semplice su neve nel periodo primaverile/invernale. Una salita mi è rimasta nel cuore, quella della nord del Mucrone, che ho già precedentemente descritto in un altro post. Una salita con un grado in più, mi sentivo pronto di fare molte belle cose in montagna, ma quella fu l’ultima davvero impegnativa.

6 gennaio 2019
Quel giorno ero andato da solo ad arrampicare in palestra anche se, forse, era una giornata soleggiata, ma il giorno prima ero andato a fare un’altra uscita su neve, probabilmente ero stanco e non avevo voglia di andare ancora in giro. Finito l’allenamento, mi doccio, mangio qualcosa e bevo una birra, in un momento mi si gela il sangue.

Whatsapp: Alessandro “ho bisogno di parlarti è urgente”.
Qualcosa non mi torna, lo chiamo, mi informa che è successo un incidente grave. Laura e Michele sono caduti dal canale Giannantony per circa 300 mt. Michele ha perso la vita, Laura verte in gravi condizioni all’ospedale di Brescia, sempre lui, sempre il solito maledetto ospedale!
Parto e vado diretto là, con Laura non è possibile parlare ma si può vederla, era in coma.
Con il passare delle settimane e dei mesi, Laura migliora, sebbene abbia subito la frattura del bacino ed un forte trauma cranico, ma ad oggi sta benone. Un miracolo e tanta forza ed energia per sopravvivere ad un volo che avrebbe potuto non lasciare scampo ad entrambi. Oggi è qui, tra i suoi amici con tanta voglia di tornare in montagna, lucida mentalmente e con una volontà inimmaginabile. Per questi due anni sono stato circondato da persone forti e speciali che mi hanno ricambiato la stessa amicizia che io ho donato a loro.

A febbraio incontro Silvia, ci siamo conosciuti su Facebook, le abita nei Colli Euganei. Abbiamo iniziato a scriverci da fine novembre e lei mi ha inserito in un gruppo per festeggiare il suo compleanno scalando, e perché ci teneva a darmi un calendario con foto di montagna – che realizza per beneficienza. Quel 15 febbraio, quando ci siamo effettivamente visti, ho deciso di rimettermi in gioco, di tentare ancora. E’ stato un sogno, un miracolo, quegli incontri che consideri perfetti, affinità, dolcezza, complicità. Ci siamo trovati subito!!
Ora convivo con lei nel padovano!

La vita è un dono! Spesso le cose brutte, tragiche, ti permettono di vedere la vita sotto una luce diversa, apprezzi le piccole cose, la natura, la bellezza di un tramonto inoltre ti portano a fare del bene e a cercare di aiutare gli altri. Dopo la morte anche di Michele, ho sentito il bisogno di cambiare davvero vita. Lontano da una città che mi stava soffocando, troppi fantasmi, troppi ricordi negativi. Forse da lassù mi hanno fatto questo fantastico regalo che si chiama Scagny, cosi chiamo Silvia. Credeteci sempre, qualunque sia il vostro sogno credeteci, fino in fondo. Fino all’ultimo battito del vostro cuore. Accettate le sfide, sono il miglior modo per sentirsi vivi.

Scrivo questo articolo per ringraziare tutte le persone che mi sono state vicino e che hanno permesso di farmi tornare a sorridere, e per voi che possiate trovare spunto ed esempio in queste due spiacevoli risvolti della vita. Vita che nonostante tutto continuo ad amare.

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