Le mani dure, Rolly Marchi

“Capii comunque che per andare in roccia, almeno all’inizio bisogna mentire. La sola idea che un figlio possa starsene appeso sopra un precipizio, fa impallidire le madri.

[…] Da quel 12 luglio un microbo della nuova malattia lavorava inesorabilmente dentro di me. La metamorfosi è rapidissima; dapprima si tratta di un virus che non si può misurare né localizzare. Però esiste, passa dallo stomaco alle mani, dagli occhi ai piedi, di giorno e molto anche di notte. Ti sfugge, lo insegui, è più veloce del pensiero. Quando prende gli occhi li domina ambedue e zac, di scatto li indirizza verso una parete e tu, inebetito, ti adagi in una specie di raptus a guardarla. In quel momento il virus diventa microbo. Ero al microbo. Avevo catturato alcuni libri di montagna e giorno su giorno li imparavo a memoria. 

[…] A casa mia, per conto mio avevo fatto e rifatto il primo nodo, il più semplice ma il più importante, quello che quando sarà ti farà diventare una cosa sola con il tuo compagno di corda.

[…] Quel ragazzo mi capì, era passato anche lui attraverso quel subbuglio, anche per lui c’era stato quel periodo di incubazione silenziosa, l’attesa dolorosa, la curiosità mista a timidezza, la paura sovrapposta al coraggio…”

Le mani dure, Rolly Marchi, ed. I Licheni, 1974.

Abbiamo scelto come prefazione questo breve spezzone tratto dal libro Le Mani Dure, di R. Marchi, in cui ben si evidenziano i primi approcci al mondo verticale. L’autore traccia con precisione tutti quegli aspetti emotivi che si sono manifestati in ciascuno di noi, nel momento stesso in cui abbiamo avvertito il primo amore per la scalata. Sentimenti che riemergono quando ci troviamo al cospetto di pareti imponenti, pronti per salirle e raggiungerne la vetta.

Rolly Marchi ne parla con termini autentici, originali. Quasi questa travolgente passione fosse un virus che tutto colpisce: a differenza di una malattia (di fatto in parte lo è!) non intacca organi e tessuti per eroderli ma, per ridare nuova linfa. I virus sono incontrollabili, quanto meno fino alla diagnosi dopo la quale tutto si fa chiaro. Nota è la contagiosità di un virus ma rapportato alla montagna ci troviamo di fronte ad un potere invisibile che colpisce, mettendo a dimora il dell’alpinismo nel cuore degli uomini. E’ una battaglia dove rimangono sul campo solo vincitori, nei cui volti si stampa già una sorta di sorriso e di sguardo vigile, verso l’alto e verso l’altro. Poiché si sa che l’alpinismo, pur essendo anche solitario, ben si nutre di compagni di cordata, vecchi e nuovi. Legami che si suggellano attraverso una stretta di mano e che vengono sanciti unendosi in cordata.

E da lì in poi ogni fine settimana, ogni momento libero diventa sacro, intoccabile, dedicato interamente all’arrampicata. Il mondo di tutti i giorni, quello noto fatto di lavoro, famiglia, degli altri amici rimane confinato in un’altra sfera e non è così semplice conciliare una passione così totalizzante con chi non la pratica. Ma in fondo non è colpa nostra, siamo stati contagiati e forse ciascuno di voi dovrebbe provare, almeno una volta a vincere le leggi della gravità ed a toccare la roccia, sentirne la bellezza, avendo voglia di danzarvi su!

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